Rubini
Mappa #21 - Quando il silenzio vinse il rumore
Foto di Jon Tyson su Unsplash
Negli anni ’60, un buon orologio si giudicava anche dal numero di rubini che aveva dentro.
Diciassette, ventuno, ventitré — più erano, più il movimento veniva considerato pregiato. I rubini riducevano l’attrito tra gli ingranaggi, e un movimento con più complicazioni ne richiedeva di più. Un calendario perpetuo, un cronografo, un tourbillon: ogni funzione in più significava altri ingranaggi, altri rubini, altro prestigio. Il mercato aveva imparato a leggere la complessità come sinonimo di qualità.
Poi, nel dicembre del 1969, un’azienda giapponese mise in vendita un orologio con dentro un pezzetto di quarzo che vibrava 32.768 volte al secondo, pochissimi ingranaggi, e nessun rubino necessario per farlo funzionare bene.
Quell’orologio era più preciso di qualunque movimento meccanico mai costruito, incluso il più complicato e costoso della storia svizzera fino ad allora. Non di poco: di un ordine di grandezza. Nel giro di un decennio, il settore orologiero svizzero perse più della metà dei suoi posti di lavoro. Si chiamò, non a caso, “la crisi del quarzo”.
La parte interessante non è che il quarzo abbia vinto. È che per anni prima di allora, tutti — produttori e clienti — avevano scambiato la complessità per il valore, invece di misurare quello che contava davvero: il risultato.
È lo stesso meccanismo che vedo, quasi identico, quando guardo certi prodotti finanziari.
Più un prodotto è strutturato — più opzioni, più clausole, più scenari — più viene percepito come sofisticato, e quindi presumibilmente migliore. In banca, per trent’anni, ho visto vendere questa equazione più volte di quante ne possa contare. Ma la struttura non è mai stata la garanzia del risultato: quasi sempre è solo il modo in cui si nascondono costi più alti, difficili da vedere proprio perché sepolti dentro la complessità stessa.
In finanza comportamentale lo chiamano bias della complessità: la tendenza a fidarsi di più di ciò che non capiamo del tutto, scambiando l’oscurità per profondità.
Un portafoglio ben costruito, nella mia esperienza, si spiega quasi sempre in due minuti. Se un prodotto ha bisogno di quaranta, la domanda giusta non è “quanto è sofisticato”. È: cosa sto pagando per non capirlo?
E tu, l’ultima volta che qualcuno ti ha proposto qualcosa di complicato, hai chiesto perché non poteva essere più semplice? Fammelo sapere — mi interessa davvero.
Angelo Segagni


